Si discute spesso di modelli organizzativi ex d.lgs. 8-6-2001 n. 231 e della loro – presunta – incompatibilità con le micro e piccole imprese.

Le ragioni addotte? Costi proibitivi ovvero pura inutilità.

Ragioniamo di costi.

Nessuno nega che riorganizzare un’azienda, avendo riguardo anche agli aspetti legali, richieda un investimento.

Tuttavia, è essenziale confrontare i costi relativi alla creazione di sistemi e controlli interni con i benefici concreti derivanti dalla gestione dei rischi legali che ne derivano.

Sul fronte dell’inutilità, il ragionamento comune è questo: nelle microimprese (imprese con meno di 10 dipendenti) e piccole imprese (imprese con meno di 50), esiste una totale sovrapposizione tra persona fisica e persona giuridica.

Ragione per la quale un modello 231 non “scuderebbe” la società da responsabilità penali per reati commessi in suo nome e per suo conto, nonché nel suo interesse ovvero a suo vantaggio.

Ma questa visione del fenomeno, parziale, omette di considerare due punti cruciali.

Primo: il d.lgs. 8-6-2001 n. 231 si applica a tutte le imprese, incluse le PMI e prevede sanzioni, interdittive e pecuniarie, pesantissime in caso di condanna per “colpa in organizzazione”.

Secondo: le linee guida di Confindustria affrontano il problema ormai da anni, offrendo soluzioni pratiche e su misura.

Quali?

Progettare un modello 231 per una PMI non richiede complessità inutili.

Basta adottare principi sintetici, facili da applicare e formalizzare regole già in uso nella quotidianità operativa.

Ne derivano best practices concrete – codice etico, organigramma con poteri chiari, procedure di controllo, formazione del personale, etc. – che elevano la governance aziendale.

In sintesi.

I modelli 231 non sono un lusso per grandi realtà, ma strumenti preziosi anche e soprattutto per le PMI.
Permettono di ottenere sgravi INAIL, migliorano il rating di legalità, facilitano l’accesso a finanziamenti pubblici e credito bancario e, più in generale, rafforzano la resilienza complessiva e, prima ancora, l’immagine aziendale verso stakeholder e comunità di riferimento.

È ora di abbandonare i pregiudizi: la compliance non è un costo, ma un investimento strategico.

Dott. Luca Bertazzoni